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Prof. Roberto Scola
Una vecchia storiella mi gira in testa, resa celebre dal trio comico di : Aldo, Giovanni e Giacomo nel film: “Cosi è la vita”. Ogni mattina, in Africa, una gazzella si sveglia e sa che dovrà correre più del leone se non si vuol fare ammazzare. Ogni tanto, in Italia, un Ministro si sveglia e la spara grossa, convinto che per salvare la gazzella basti accorciare la savana. L’ultima sortita del primo inquilino del dicastero dell’Istruzione punta il mirino su Alessandro Manzoni: l’idea è quella di far posticipare lo studio de: ”I promessi sposi” dal biennio delle superiori direttamente al quarto anno. Il motivo? Sarebbe un testo “non contemporaneo” e, soprattutto, troppo “complesso” per i quindicenni di oggi.
Se Renzo e Lucia avessero il ritmo di un tormentone estivo, probabilmente il Governo non sentirebbe il bisogno di posticiparne l’incontro con gli studenti. Ma viviamo l’era della normalizzazione coatta, dove la cultura, al pari della musica pop, deve essere: masticabile, immediata, priva di spigoli. La proposta del Ministro Valditara è il segnale di un ridimensionamento allarmante delle ambizioni formative. Una resa incondizionata davanti alla presunta incapacità dei giovani di affrontare la fatica dell’approfondimento.
Eppure, definire “non contemporaneo” il capolavoro manzoniano è una follia intellettuale. Manzoni non è il passato, è lo specchio deformante del nostro presente. In Renzo leggiamo la difficoltà della verità di farsi strada tra le maglie del potere; in Lucia ritroviamo l’integrità della donna che non accetta compromessi. Don Rodrigo è la fotografia del prepotente di turno (TRUMP), del privilegio intoccabile, mentre l’Azzeccagarbugli è quello che mio padre volgarmente chiamava “traffichino”, che anticipa la comunicazione compulsiva e fumosa dei nostri giorni dove tutti sanno e sono capaci di tutto. E che dire di Don Abbondio? È il riflesso di quella parte di Chiesa che sceglie il silenzio per quieto vivere. Nelle pagine sulla peste ritroviamo, con una puntualità che mette i brividi, le dinamiche della pandemia che abbiamo appena attraversato: la caccia all’untore, la confusione tra responsabilità individuale e colpe collettive. La folla manzoniana è la nostra omologazione social; le sue “grida” ricordano la bulimia comunicativa che coinvolge tutti.
Ma è l’uso dell’aggettivo “complesso” a inquietare maggiormente. Questa strategia del ribasso sta diventando una trappola cognitiva: offrire continue scorciatoie alla conoscenza non aiuta i ragazzi a crescere, ma ne anestetizza il senso critico. Se la scuola smette di insegnare la complessità, smette di fornire agli studenti gli strumenti per decifrare il mondo. Posticipare Manzoni non è un favore ai giovani; è il tentativo di costruire una società che non sa più leggere tra le righe del potere. Nel pensiero critico possiamo districarci nel distinguere il diritto dal sopruso e l’amore dal possesso, ricordandoci che, ieri come oggi in Manzoni c’è la vera educazione sentimentale.












































