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RICOMINCIAMO… dal Ministro

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Settembre è tornato. Le spiagge sbiadiscono, le chat di docenti, genitori e alunni si riaccendono con la violenza di un reattore a fusione nucleare e noi prof, freschi di vacanze (che secondo l’opinione pubblica durano notoriamente tre mesi), ci apprestiamo a varcare la soglia di istituti scolastici che, con un po’ di fortuna, quest’anno avranno persino le finestre.

Ma niente paura! Ad accoglierci sul bagnasciuga della prima campanella c’è il consueto, rassicurante coro di annunci trionfali del Ministero. Quest’anno, poi, l’entusiasmo ha raggiunto vette liriche.

Parliamo subito di cose serie, cioè di soldi. Nel cedolino di agosto abbiamo assistito al miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, in versione ridotta. Il Ministro ha annunciato con squilli di tromba un aumento medio complessivo di 143 euro lordi e circa 855 euro di arretrati. Il trucco del “lordo”: diviso per le solite trattenute, così 143 euro si trasformano magicamente in una cifra utile a pagare, forse, due colazioni al bar della scuola e un pacchetto di penne rosse e nere. L’attesa infinita dell’aumento pieno la vedremo solo a regime dal primo gennaio. Per ora, ci è toccato un acconto utile appena a coprire l’inflazione degli ultimi tre giorni.

Tre contratti storici. Il Ministro ripete, come un tormentone estivo, che sono stati firmati “tre contratti in una sola legislatura”. Un record mondiale, se non fosse che si tratta del recupero (parziale) di scatti fermi da ere geologiche. Se cercate il corpo docente, lo troverete in concessionaria a ordinare una berlina di lusso, oppure sul sito NoiPA a chiedere un prestito agevolato per pagare il materiale didattico della classe.

Ma il vero capolavoro di fine estate è andato in scena sul palco del Meeting di Rimini, dove le visioni pedagogiche si sprecano, ignorando i dettagli trascurabili come le scuole che cadono a pezzi, le classi pollaio o i 200.000 precari in attesa di cattedra. Il Ministro Valditara ha sganciato la bomba dell’inclusione: “Proporrò di rendere obbligatorio lo studio dell’italiano per quei genitori i cui figli non vanno bene a scuola”.

Una pensata di rara finezza burocratica. Il meccanismo immaginato è quasi poetico nella sua assurdità: lo studente straniero prende 4 in matematica o in storia; la colpa non è delle difficoltà linguistiche d’inserimento o della mancanza di mediatori culturali (tagliati da tempo), ma scatta la sanzione per decreto: il genitore deve mettersi sui banchi a fare i compiti. Resta da capire l’applicazione pratica. Chi farà gli appelli serali ai genitori? Manderemo i Carabinieri a controllare se la mamma dell’alunno ha fatto l’analisi logica a casa? Nel dubbio, i sindacati e le associazioni di seconde generazioni hanno già ampiamente bocciato l’idea, definendola una punizione più che un’integrazione. Ma il “Merito” non si ferma davanti al senso della realtà.

E poi, per non farsi mancare nulla, tra una strigliata ai genitori stranieri e l’altra, il Ministro ha ricordato che il buono scuola per le paritarie va assolutamente potenziato, essendo: “un pilastro del sistema”. Perché finanziare la scuola pubblica dello Stato quando puoi dare un contributo alle famiglie per mandare i figli ai licei privati? Una “scelta di libertà educativa” che fa scendere una lacrimuccia di commozione, soprattutto mentre l’intonaco della classe crolla dolcemente sulla cattedra.

Buon anno scolastico a tutti, in special modo ai colleghi. Ricordatevi di stampare i registri a casa, di portarvi la carta igienica nello zaino e, soprattutto, di non mettere brutti voti: potreste ritrovarvi l’intera famiglia del vostro alunno seduta in ultima fila a ripetere la lezione.

Ma al di là della doverosa ironia, se vogliamo davvero ripartire con dignità, dobbiamo spostare il piano dalle parole dei ministeri alle tutele concrete sul campo.

La difesa della professione docente non si fa con gli annunci o con le provocazioni d’agosto, ma garantendo la rigorosa applicazione della normativa vigente e del CCNL. Prima ancora di parlare di riforme irrealizzabili, occorre ricordare che il tempo di lavoro degli insegnanti ha paletti ben precisi: la presenza a scuola nei giorni precedenti l’inizio delle lezioni non è una presenza burocratica fissa “d’ufficio”, e le attività funzionali all’insegnamento rispondono a limiti orari chiari e vincolanti deliberati unicamente nel Piano Annuale delle Attività.

Come ASES Scuola, riteniamo che la vera risposta al disagio della categoria stia nel restituire certezza del diritto, tutela della professione e rispetto delle regole. Dalla trasparenza sui tetti orari alla valorizzazione dell’autonomia didattica, dal supporto continuo sul territorio fino alla battaglia per risorse retributive e strutturali adeguate: ASES c’è e rimane un punto di riferimento fermo per trasformare il malcontento in una presenza sindacale solida, autorevole e sempre al fianco di chi fa la scuola ogni giorno.

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