![]()

Il passaggio dalla scuola superiore all’università è un tema profondamente sociale che investe il diritto allo studio, le disuguaglianze e il futuro del mondo del lavoro. Come sindacato, consideriamo la formazione un potente strumento di emancipazione e tutela dei diritti. Per questo motivo, ospitiamo con piacere la lucida riflessione del Prof. Marcello Ravveduto e dell’Avv. Roberta Stumbo sulle fragilità del “ponte” tra istruzione secondaria e accademica. L’articolo analizza la dispersione universitaria, l’impatto dell’intelligenza artificiale sui metodi di studio e l’urgenza di un orientamento che sia vera formazione, proponendo soluzioni concrete – come le “inter-classi” – per ricostruire un’alleanza educativa che non lasci soli i giovani. Buona lettura.
Marcello Ravveduto è docente di Digital Public History alle Università di Salerno e di Modena e Reggio Emilia. È componente del Consiglio direttivo dell’Associazione Italiana di Public History. Insegna al master in “Analisi, prevenzione e contrasto della criminalità organizzata e della corruzione” dell’Università di Pisa.È componente del Comitato scientifico della rivista “Narcomafie” e della “Biblioteca digitale sulla camorra e sulla cultura della legalità” presso l’Università Federico II di Napoli. È autore di diversi saggi sul rapporto tra immaginario collettivo e fenomeni mafiosi. È il direttore scientifico della “Galleria virtuale sulle mafie e l’antimafia” nella Casa/Museo “Joe Petrosino”.
Il passaggio dalla scuola secondaria all’università rappresenta uno dei momenti più delicati della formazione di uno studente. Idealmente, i due sistemi dovrebbero essere collegati da un “ponte” capace di garantire continuità educativa, crescita culturale e orientamento consapevole. Tuttavia, nella realtà, questo ponte appare spesso fragile o addirittura interrotto. Molti studenti si trovano impreparati ad affrontare il metodo universitario, mentre le università lamentano lacune nelle competenze di base e nella capacità critica dei nuovi iscritti. Analizzare le cause di questa frattura significa riflettere sul ruolo della scuola, sull’organizzazione dell’università e sulle trasformazioni della società contemporanea. I numeri danno corpo alla frattura. Secondo l’ultimo Rapporto ANVUR 2026 i laureati tra i venticinque e i trentaquattro anni in Italia sono il 31,6 per cento, contro una media OCSE del 48,4. Il problema non riguarda solo l’ingresso nell’università. Riguarda la capacità di restarci e di arrivare alla laurea.
Una prima causa della distanza tra scuola secondaria e università riguarda il diverso metodo di studio richiesto. Nella scuola superiore, soprattutto negli ultimi anni, gli studenti sono spesso guidati passo dopo passo dagli insegnanti: verifiche frequenti, programmi scanditi e un controllo costante aiutano a mantenere il ritmo di apprendimento. L’università, invece, richiede autonomia, capacità organizzativa e responsabilità personale. Molti giovani, abituati a uno studio più “assistito”, si trovano improvvisamente soli di fronte a lezioni numerose, esami complessi e tempi di preparazione molto lunghi. Questo cambiamento brusco può provocare disorientamento, ritardi negli studi e perfino abbandono universitario. Conviene però rovesciare lo sguardo. L’autonomia non è un requisito d’ingresso. È una competenza che si costruisce nel tempo. Se l’università la dà per acquisita, scarica sullo studente un compito nel quale dovrebbe accompagnarlo. Una parte del disorientamento delle matricole nasce da questa aspettativa implicita.
Un secondo problema riguarda le competenze. Le università denunciano spesso difficoltà degli studenti nella comprensione dei testi, nella scrittura, nell’argomentazione logica e nelle conoscenze scientifiche di base. Ciò evidenzia come la scuola, pur impegnandosi nella formazione generale, non sempre riesca a fornire strumenti adeguati per affrontare studi universitari sempre più specialistici. D’altra parte, la scuola secondaria è chiamata a svolgere molti compiti: educare alla cittadinanza, favorire l’inclusione, sviluppare competenze digitali e relazionali. Di conseguenza, si crea talvolta uno squilibrio tra preparazione culturale approfondita e obiettivi educativi più ampi. Le rilevazioni confermano la difficoltà. Secondo i dati INVALSI elaborati nel 2025, quasi la metà degli studenti dell’ultimo anno delle superiori non raggiunge una competenza alfabetica adeguata. Una quota arriva al diploma senza gli strumenti minimi di lettura e scrittura. Siamo di fronte a una dispersione silente: nessun abbandono formale, ma un titolo che non corrisponde alle competenze attese.
Un capitolo a parte riguarda il digitale e il profilo delle nuove generazioni. Bisogna mettere da parte la formula fuorviante del nativo digitale. Le nuove generazioni accedono all’informazione con facilità, ma raramente sanno valutarla. La competenza non deriva dall’età anagrafica, ma dalla capacità d’uso delle infrastrutture cibernetiche. Va inoltre considerato che i ragazzi cresciuti guardando stories, reel e shorts hanno un’attenzione più frammentata, abituata a contenuti visivi performanti con testi brevi e tempi rapidi di lettura. L’intelligenza artificiale generativa ha poi cambiato il modo di studiare. Le rilevazioni Comscore del 2025 segnalano che ChatGPT raggiunge quasi la metà dei giovani tra i quindici e i ventiquattro anni. Tra gli universitari oltre sei su dieci usano abitualmente un chatbot per scrivere o cercare materiali. Lo strumento è potente. Il rischio è la delega del pensiero. Solo una minoranza dichiara di saper distinguere un contenuto prodotto dall’algoritmo da uno autentico. Chi arriva all’università sa reperire una risposta ma, spesso, non sa costruirla, né verificarla.
Anche l’orientamento scolastico e universitario contribuisce alla rottura del ponte. Molti studenti scelgono il percorso universitario senza una reale consapevolezza delle proprie inclinazioni o delle opportunità offerte dal mondo del lavoro. Spesso l’orientamento si riduce a incontri occasionali o informazioni superficiali. Questo porta alcuni giovani a iscriversi a facoltà non adatte alle loro capacità o aspettative, aumentando il rischio di insoddisfazione e dispersione universitaria. Sarebbe invece necessario costruire un orientamento continuo, già a partire dai primi anni della scuola superiore, attraverso laboratori, incontri con università e professionisti, esperienze pratiche e tutoraggio. In questa cornice l’orientamento non è informazione, ma formazione. Deve insegnare a riconoscere le proprie attitudini e a conoscere in anticipo il metodo che attende lo studente.
Non bisogna però attribuire tutte le responsabilità alla scuola. Anche l’università appare talvolta distante dai bisogni reali degli studenti. Le lezioni frontali tradizionali, il numero elevato di iscritti e il rapporto limitato con i docenti possono rendere difficile l’inserimento e la permanenza delle matricole. Inoltre, in alcuni casi manca un reale collegamento con il mondo del lavoro, creando nei giovani incertezza sul valore concreto del percorso universitario. Per questo motivo, negli ultimi anni si insiste sempre di più sulla necessità di una collaborazione stabile tra scuole, università e realtà produttive del territorio. Qui la responsabilità dell’università diventa esplicita. Il sistema accoglie molti studenti, ma ne trattiene troppo pochi: tra gli iscritti a un corso triennale nel 2018 poco più di un quarto ha interrotto gli studi, mentre a sei anni di distanza si è laureato il 62,7 per cento (ultimo rapporto ANVUR). Il primo anno resta il passaggio più fragile. La lezione frontale per grandi numeri, la valutazione concentrata sull’esame finale e l’assenza di un tutorato reale lasciano la matricola sola davanti a un metodo che nessuno le ha spiegato. Ricostruire il ponte significa quindi intervenire anche sulla didattica universitaria, non solo sulle attese verso la scuola.
Ricostruire il ponte tra scuola secondaria e università significa dunque creare continuità. È necessario favorire un dialogo più stretto tra docenti dei due livelli, progettare percorsi comuni, valorizzare le competenze trasversali e accompagnare gradualmente gli studenti verso l’autonomia. Importante è anche promuovere la motivazione allo studio e il pensiero critico, affinché i giovani non siano semplici esecutori di compiti, ma persone capaci di comprendere la realtà e orientarsi nel futuro. Su questo terreno si colloca una proposta concreta: le inter-classi. Si tratterebbe di un dispositivo simile ai percorsi per le competenze trasversali, ma orientato al metodo scientifico anziché al lavoro. Nel triennio delle superiori, docenti della scuola e dell’università progetterebbero insieme moduli brevi e ricorrenti. Lo studente imparerebbe a leggere una fonte, a distinguere un dato da un’opinione, a formulare una domanda di ricerca, a citare e a costruire un’argomentazione. Non un’anticipazione dei contenuti universitari, ma un allenamento al modo di pensare dell’università. Accanto a questo servirebbero altre misure di continuità: un orientamento disteso lungo tutto il triennio, un dialogo stabile tra i docenti dei due livelli, un tutorato dedicato alle matricole, una valutazione che accompagni e non si limiti a selezionare. Il digitale andrebbe integrato in questo percorso. Non come divieto dell’intelligenza artificiale, ma come educazione al suo uso critico.
In conclusione, il rapporto tra scuola secondaria e università appare oggi segnato da difficoltà e discontinuità, ma non per questo irrimediabilmente compromesso. Il “ponte interrotto” può essere ricostruito attraverso una riforma culturale prima ancora che organizzativa: serve una formazione che metta realmente al centro lo studente, accompagnandolo in modo progressivo verso la maturità intellettuale e professionale. Solo così scuola e università potranno tornare a essere parti di un unico percorso di crescita professionale e civile. Vale la pena chiudere con un’immagine. Un ponte non si regge su un solo pilastro. Tiene il carico quando la campata poggia saldamente sulle due rive generando un traffico fluido che non rimane sospeso nel mezzo. Oggi sotto quel ponte scorre un fiume nuovo, fatto di schermi e di risposte automatiche. Ricostruire il passaggio significa insegnare ad attraversarlo, non a temerlo.
Prof. Dott. Marcello Ravveduto Avv. Roberta Stumbo













































Un commento
Da persona che ha da meno di un anno concluso l’università, mi ritrovo molto nell’idea del ‘ponte interrotto’. Tra il mondo della scuola e quello universitario c’è spesso uno stacco netto, mentre un confronto più continuo aiuterebbe i ragazzi a fare scelte più consapevoli e ad affrontare meglio il percorso successivo