![]()

Milano, 08/05/2026
Come ingegnere, mi capita spesso di essere l’unica donna in una stanza piena di colleghi uomini. È una realtà che conosco bene e che mi ha insegnato quanto pesino, ancora oggi, i muri invisibili costruiti durante gli anni della formazione. Ho visto da vicino come il talento femminile debba farsi strada con una determinazione doppia per trovare il proprio spazio in un settore che culturalmente sembra non appartenerci. Proprio per questo, sono convinta che la sfida parta da molto lontano: dalle aule di scuola, dove si decide se una ragazza si sentirà all’altezza di una sfida tecnologica o se deciderà di fare un passo indietro.
I numeri di un cambiamento lento
Oggi i dati ci dicono che qualcosa si sta muovendo, ma la strada è ancora in salita. Secondo le rilevazioni più recenti del 2026, l’Italia si posiziona nella top 10 dell’Unione Europea per quota di donne sul totale dei laureati in discipline STEM e Life Sciences, raggiungendo circa il 40%. Si tratta di una percentuale superiore alla media europea (34,6%) e a nazioni come Francia e Germania.
Perché il 40% non è ancora un successo
Sebbene questo dato sembri rassicurante, fermarsi alla superficie sarebbe un errore. Questo 40% nasconde infatti una profonda segregazione formativa: la presenza femminile è massiccia nelle “Life Sciences” (biologia, biotecnologie, farmacia), ma crolla drasticamente quando ci spostiamo verso i pilastri tecnologici della nostra era. Il cuore dell’innovazione – quello che decide come funzioneranno le intelligenze artificiali, come verranno costruite le infrastrutture del futuro o come gestiremo la cybersicurezza – resta una “terra di nessuno” per le ragazze. In Italia:
• In Informatica e ICT, le laureate sono appena il 16,8%.
• In Ingegneria, la presenza femminile fatica a superare la soglia del 25-26%.
Questo significa che le donne sono presenti nella scienza che “cura” e “conserva”, ma sono ancora troppo poche in quella che “progetta” e “costruisce”. Se non portiamo le ragazze nei centri di comando della tecnologia, rischiamo di costruire un mondo basato su algoritmi e infrastrutture pensate solo da una metà della popolazione.
La scintilla in classe
La scuola non è solo il luogo dove si trasmettono nozioni; è l’ambiente in cui si formano le aspettative che i giovani hanno su se stessi. Per una studentessa, incontrare la scienza tra i banchi può significare scoprire una passione che spesso viene soffocata da messaggi sociali esterni. Orientare le ragazze verso le STEM significa dare loro gli strumenti per immaginarsi in ruoli diversi: non solo fruitrici di tecnologia, ma progettiste e leader dell’innovazione.
Una questione di libertà e autonomia
Favorire l’accesso delle ragazze alle carriere scientifiche è anche un atto di pragmatismo. Nonostante le ottime performance scolastiche, a cinque anni dalla laurea il tasso di occupazione resta più alto per gli uomini (90,2% contro 86,8%) e persiste un differenziale retributivo significativo, che nel 2026 si attesta intorno al 12,6% a parità di condizioni. Garantire alle ragazze competenze STEM significa quindi proteggere la loro futura indipendenza economica.
Il ruolo educativo: curiosità contro paura
Il compito più delicato per chi educa è trasformare il “non fa per me” in “voglio provare”. La scuola ha l’occasione d’oro di trasformare le materie STEM in territori di esplorazione creativa, dove l’errore è parte del processo e il talento non ha genere. Investire oggi sull’orientamento delle ragazze non serve solo a colmare una statistica, ma a garantire che domani nessuna porta resti chiusa per un vecchio pregiudizio. Il futuro ha bisogno di intelligenza e visione; qualità che non conoscono distinzioni di genere.












































