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Mi ricordo i sedili in finta pelle blu o marrone dei pullman GT, quelli che quando faceva caldo ti si incollavano alle cosce, quando faceva freddo ti rendevano le chiappe gelide. Quei bus avevano un odore tutto loro: un misto di gas di scarico e polvere. A noi ragazzi degli anni ’90 non c’è ne fregava niente, eravamo presi dai sogni adolescenziali. Era il profumo della libertà, quella vera, che iniziava non appena il motore si accendeva nel parcheggio grande vicino la scuola.
Ricordo ancora il mio viaggio d’istruzione. In fondo al bus, dove si riunivano i grandi o quelli che volevano sentirsi tali, c’era sempre qualcuno con una chitarra scordata. Non servivano playlist o casse ultimo modello, bastavano tre accordi per far partire l’unica canzone che sapevo suonare, quattro accordi: “La canzone del sole…Le bionde trecce, gli occhi azzurri e poi…” cantavamo tutti a squarciagola, stonando felici mentre il paesaggio scorreva fuori dal finestrino appannato.
E poi c’era l’attesa del buio. Quando le luci venivano spente e l’unica illuminazione erano i fari delle auto in corsia opposta, l’atmosfera cambiava. Era lì, tra un sussurro e una risata soffocata, che forse capitava il primo bacio. Un momento rubato tra i sedili, goffo e magico, che valeva più di mille monumenti visitati il giorno.
Oggi quel mondo sembra appartenere a un’altra era geologica. Le gite scolastiche, come le conoscevamo noi, stanno diventando una specie in via d’estinzione.
Oggi l’organizzazione di un viaggio d’istruzione è diventata un percorso a ostacoli tra burocrazia e responsabilità. I docenti, un tempo compagni di avventura (anche se severi), oggi sono comprensibilmente spaventati dai rischi legali e dalla gestione di ragazzi perennemente connessi. Se prima il pericolo era che qualcuno scappasse dalla stanza di notte, oggi il timore può scaturire da una bravata che finisca in diretta social, con conseguenze permanenti.
I costi sono lievitati e molte famiglie faticano a sostenere la spesa, portando molte scuole a optare per uscite in giornata o, peggio, a rinunciare del tutto. Ma non è solo una questione di soldi. È cambiato lo spirito. I ragazzi di oggi hanno il mondo in tasca: se vogliono vedere il Louvre o il Colosseo, possono farlo con un tour virtuale o un volo low cost con i genitori.
Quello che però manca, e che nessuna tecnologia può sostituire, è la condivisione dell’imprevisto. Manca il panino preparato dalla mamma che dopo sei ore di viaggio diventava una prelibatezza, manca la noia creativa di ore passate a parlare di niente, manca il mistero di non sapere esattamente tutto il programma, manca l’imprevisto che ti fa crescere. Le gite di oggi si chiamano viaggi d’istruzione, sono spesso più sicure, più strutturate, più educative ma non se ne fanno più e poi hanno perso quel pizzico di sana anarchia che ci ha insegnato a diventare grandi lontano da casa, tra una corda di chitarra che si spezza e un cuore che batteva forte sotto la luce di un lampione dell’autogrill aspettando il primo bacio.












































