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Decreto Scuola tra buone intenzioni, utopie burocratiche e spot da social

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Le cose buone (o almeno, le buone intenzioni)

Anticipo del PEI e programmazione del sostegno. Modificare il Piano Educativo Individualizzato per calcolare in anticipo le ore necessarie ed evitare il solito balletto dei docenti di sostegno a novembre è una cosa buona e sacrosanta. Se poi i docenti arriveranno davvero in tempo, servirà un miracolo, ma l’intenzione c’è.

​Fondi per l’italiano e libri di testo. Lo stanziamento di 17,5 milioni di euro per potenziare l’insegnamento della lingua italiana agli studenti stranieri (insieme all’innalzamento della soglia ISEE a 40.000 euro per i libri di testo gratuiti) è una misura pragmatica. Integrare costa, e finanziare i corsi è infinitamente più utile che limitarsi a gridare all’emergenza.

​La filiera “4+2” degli istituti tecnici: Ridurre a 4 anni le superiori per connetterle direttamente ai bienni degli ITS Academy strizza l’occhio al modello europeo. Per una volta si prova a dare valore a percorsi che portano dritti al mondo del lavoro.

Le cose inutili (la burocrazia del “vorrei ma non posso”)

L’ora di latino facoltativa alle medie: Introdurre un’ora di latino a scelta a partire dal secondo anno delle scuole medie sa tanto di nostalgia idealista. In una scuola che fatica a garantire le ore di matematica o inglese a causa delle cattedre vacanti, inserire la lingua di Cicerone rischia di trasformarsi nel classico progetto d’istituto deserto o utile solo a riempire qualche buco d’orario.

​I corsi di italiano coatti per i genitori. Obbligare i genitori stranieri a frequentare corsi di lingua fino al livello A2, pena sanzioni, è pura utopia burocratica. Chi controllerà la frequenza? Chi commuterà le multe a famiglie che magari faticano ad arrivare a fine mese? Una norma pensata a tavolino che si scontrerà violentemente con la realtà logistica dei CPIA (i centri per l’istruzione degli adulti).

Gli spot elettorali (ideologia da social e fumo negli occhi)

Il cambio nome da “Istituti Tecnici” a “Licei”. Questa è la perla del decreto. Gli istituti tecnici e professionali vengono ribattezzati per legge “Liceo Tecnologico” e “Liceo Professionale”. La giustificazione ufficiale? “Una rivoluzione culturale”. La realtà? Un’operazione di puro marketing semantico. Cambiare la targa fuori dal portone non cancella magicamente i laboratori obsoleti o la carenza di fondi. È come chiamare “attico” un seminterrato sperando che l’umidità sparisca da sola.

​Il tetto del 30% di stranieri nelle classi. Bandiera politica per eccellenza. Fissare il limite massimo del 30% di alunni senza cittadinanza o con background linguistico debole per classe ignora totalmente la demografia delle periferie delle grandi città italiane. La bozza parla già di “deroghe e ricollocamenti in scuole vicine”. Traduzione pratica, i dirigenti scolastici passeranno l’estate a firmare deroghe perché i bambini non possono essere teletrasportati in altri quartieri.

​Il divieto di Burqa e Niqab a scuola. Il decreto introduce il divieto assoluto di presentarsi a scuola a volto coperto, prevedendo multe da 200 a 1.000 euro per le violazioni. Una mossa da manuale della propaganda. Legiferare su un fenomeno statistico che nelle scuole italiane è praticamente inesistente (i casi reali si contano sulle dita di una mano) al solo scopo di conquistarne i titoli dei telegiornali della sera.

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