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È ora di agire. “Qui o si rifà la scuola o si muore”

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Gli ultimi drammatici avvenimenti di Centocelle, attualmente al vaglio degli inquirenti per ricostruire responsabilità, dinamiche di gruppo ed episodi di violenza giovanile, rappresentano soltanto l’ennesimo sintomo di una frattura profonda. Di fronte a questo degrado, richiamare la celebre massima risorgimentale “qui si fa l’Italia o si muore” significa fotografare una realtà innegabile: o si decide di rifare da capo la scuola e la sua funzione sociale, oppure il tessuto civile e la sicurezza delle nostre comunità sono destinati a crollare definitivamente.

​I mesi di isolamento della pandemia, la frammentazione dei rapporti e l’indebolimento dei punti di riferimento hanno innescato un’escalation di tensione che oggi si riversa regolarmente dentro e fuori dalle aule scolastiche. La cronaca degli ultimi anni racconta una trasformazione inquietante del mondo dell’istruzione, con aggressioni sempre più frequenti nei confronti di docenti e dirigenti scolastici, spesso aggrediti non solo dagli studenti ma persino dai familiari dentro i cortili degli istituti. A questo si aggiunge la diffusione di fenomeni di bullismo e cyberbullismo, dove risse e violenze vengono sistematicamente pianificate e riprese tramite social network per guadagnare visibilità digitale. Nelle periferie più complesse come Centocelle, questi episodi finiscono inevitabilmente per intrecciarsi con le logiche della strada, alimentando una microcriminalità giovanile che occupa gli spazi lasciati vuoti dall’assenza di alternative civiche e culturali.

​L’intervento della magistratura e delle forze dell’ordine è fondamentale per accertare i reati, ma agisce sempre a fatto compiuto, quando il danno sociale si è già verificato. La vera prevenzione passa attraverso la ricostruzione della comunità educante, una rete d’emergenza capaci di unire istituzioni scolastiche, famiglie, parrocchie e Terzo Settore.

​Occorre innanzitutto restituire centralità e rispetto alla figura dell’insegnante, affiancando alle classi équipe di professionisti, psicologi ed educatori di strada pronti a intercettare il disagio prima che si trasformi in condotta violenta. La scuola deve smettere di essere un edificio che chiude i battenti a metà pomeriggio e diventare un presidio aperto fino a sera, ricco di attività sportive, laboratori culturali e spazi di aggregazione capaci di sottrarre i ragazzi dalla strada. Solo costruendo solidi patti educativi sul territorio e investendo risorse concrete nei quartieri periferici si potrà evitare che la cronaca nera rimanga l’unico linguaggio con cui raccontare i nostri giovani. Senza una scelta decisa e immediata sulla scuola, le risposte repressive rischiano di rimanere semplici tamponi su una ferita che continua ad allargarsi.

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