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I GATTOPARDI DELLA SCUOLA. Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi.

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La riforma della lavagna pulita

Dalla crociata contro lo smartphone, fino all’orario per i compiti a casa; l’incessante bulimia normativa del Ministero tra annunci solenni, dietrofront d’ordinanza e la perenne emergenza della scuola italiana.

​Se c’è una costante che accomuna gli ultimi anni di politica scolastica nel nostro Paese, non è la stabilità del corpo docente, né la risoluzione del precariato storico e tantomeno la presenza dell’aria condizionata nelle aule durante i picchi estivi. È, piuttosto, l’incessante ritmo con cui si susseguono annunci, decreti-lampo, circolari moralizzatrici e puntuali rettifiche.

​L’ultima stagione dell’istruzione italiana si presenta come un laboratorio permanente di ingegneria pedagogico-burocratica, un teatro in cui la realtà quotidiana di studenti, famiglie e presidi, si scontra regolarmente con l’impeto riformatore di viale Trastevere.

L’arte del rimando e della circolare morale

Ripercorrendo le tappe recenti dell’azione di governo, emerge un filo conduttore preciso, la spinta verso un “ritorno all’ordine” formale e disciplinare, accompagnata però da una diffusa macchinosità attuativa.

Tra le misure di punta del Ministero dell’Istruzione e del Merito spicca la riorganizzazione dell’istruzione tecnico-professionale. Annunciata con toni trionfali come la svolta decisiva per allineare la scuola al mondo del lavoro, la riforma ha vissuto un iter contorto. Rinviata nel tempo e ricalibrata a colpi di decreti e circolari, è arrivata persino a generare un paradosso tipico della burocrazia nostrana; i nuovi quadri orari definitivi sono scattati e sono stati precisati quando le famiglie avevano già completato le iscrizioni o frequentato gli open day sulla base dei vecchi ordinamenti, innescando l’ennesima ondata di contestazioni.

Non c’è stato tema di costume che non sia diventato oggetto di intervento normativo. Dalla stretta rigorosa sugli smartphone in classe fino al voto di condotta e all’obbligo del consenso informato dei genitori per le attività extracurricolari, l’accento si è costantemente posizionato sul controllo e sulla disciplina. L’ultimo tassello in ordine di tempo ha riguardato la “crociata contro i compiti alle otto di sera”: l’annuncio di ulteriori misure stringenti per impedire ai docenti di caricare compiti sul registro elettronico fuori dall’orario scolastico o di accavallare verifiche nello stesso giorno. Una norma mossa da intenzioni di buon senso, ma che ribadisce il tentativo di governare per via amministrativa persino l’orario in cui un professore assegna un esercizio di matematica.

Autonomia a geometria variabile e strappi istituzionali

A fare da sottofondo resta il tema del dimensionamento scolastico e dei tagli alle reggenze, dove i criteri di assegnazione delle risorse (come i fondi per il personale ATA aggiuntivo) hanno aperto veri e propri contenziosi politici e territoriali tra il governo centrale e diverse Regioni.

Il saldo finale…più annunci che gessetti

Ciò che emerge da questa ennesima stagione di riforme è una palese asimmetria tra la narrazione della scuola e la sua struttura. Mentre la politica dibatte accoratamente sull’uso del cellulare tra i banchi, sulla condotta e sulle finestre temporali d’inserimento dei compiti a casa, la scuola reale continua a fare i conti con i soliti nodi irrisolti.

​Edifici scolastici spesso obsoleti e sprovvisti di climatizzazione adeguata, in cattedra su cinque ancora affidata a supplenti precari all’inizio di ogni anno scolastico.

​Dirigenti che si trovano a gestire reti scolastiche enormi e plessi frammentati in più Comuni.

​L’impressione generale è che si continui a ridipingere la facciata dell’edificio mentre le fondamenta avrebbero bisogno di un consolidamento ben più profondo. Tra decreti approvati di fretta, slittamenti calendarizzati e circolari corrette.

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