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Come cantava Giorgio Gaber, con quel misto di ironia affilata, disillusione e profondo attaccamento alle sorti del nostro Paese, viene naturale rivolgersi a Lei, Presidente Mattarella, all’avvio di questo nuovo anno scolastico. Viene da chiederLe scusa per lo spettacolo a cui siamo costretti ad assistere, mentre la realtà bussa alle porte della scuola con la forza dei fatti e la politica risponde con i fantasmi della propaganda.
Nelle stesse ore in cui il Governo Meloni annuncia con enfasi un pacchetto di norme per la scuola basato sul divieto di burqa e niqab in classe e su un tetto rigido agli alunni stranieri, la cronaca reale ci consegna una storia completamente diversa. A Roma, nel quartiere di Centocelle, presso la scuola media Giovanni Verga, una professoressa è stata aggredita e accoltellata da un alunno italiano. A fare da scudo, a disarmare l’aggressore e a salvare la vita della docente non è stato un protocollo ministeriale, ma il coraggio di Karim, un ragazzo di 13 anni originario del Congo, arrivato da solo in Italia su un barcone e accolto in una casa famiglia. Un ragazzo che, per ironia della sorte, la Preside descrive come un esempio di rispetto e che passava i pomeriggi a chiedere più libri per studiare meglio l’italiano.
Qui emergono le profonde incongruenze di questo governo, a partire dall’ossessione per l’emergenza invisibile. Si sbandiera l’urgenza di vietare il velo integrale, un fenomeno pressoché inesistente nelle aule italiane, ignorando le vere piaghe della scuola come la carenza di personale, le strutture fatiscenti, il disagio psicologico degli adolescenti e la violenza che, come dimostra Centocelle, prescinde dalla nazionalità. A questo si aggiungono i limiti aritmetici all’integrazione, perché imporre quote rigide di alunni stranieri per classe, quando spesso si tratta di bambini nati in Italia che parlano perfettamente la nostra lingua, rischia di tradursi in un incubo logistico per i presidi, che si troveranno a dover respingere bambini del quartiere a favore di un’ideologia burocratica.
Per fortuna, Presidente, a fare da bussola morale restano le bellissime parole che Lei ha pronunciato ad Amatrice, inaugurando ufficialmente l’anno scolastico presso l’istituto Sergio Marchionne. In un luogo simbolo di ricostruzione e resilienza, Lei ha ricordato a tutti noi che la scuola prepara il futuro e che, per dettato costituzionale dell’articolo 34, è aperta a tutti.
Il Suo discorso ha tracciato un confine netto tra la meschinità della tattica politica e la grandezza della visione repubblicana. Lei ha definito l’istruzione come la più efficace leva di integrazione sociale, non solo per chi arriva da altri paesi ma anche per i tantissimi giovani nati in Italia da genitori stranieri. Ha ricordato con fermezza che le aule devono servire a conquistare la fiducia delle famiglie e a stabilire legami reali, esortandoci a superare i muri della diffidenza e dell’incomunicabilità per evitare la nascita di nuovi ghetti o l’innalzamento di barriere ideologiche. Proprio ad Amatrice, dove le macerie del terremoto sono state sconfitte dalla ricostruzione comunitaria, Lei ha ribadito che la scuola ha il compito fondamentale di produrre coesione sociale e rendere più sicure le nostre comunità attraverso l’unità, non attraverso la lacerazione. Un richiamo altissimo che ha restituito dignità a milioni di studenti, ricordandoci che la sicurezza si costruisce includendo e mai respingendo.
Mi scusi, Presidente, se la politica sembra aver smarrito questa visione, ma la lezione più bella di questo inizio anno non è arrivata dai banchi del Consiglio dei Ministri, bensì dal coraggio di un ragazzo del Congo in una scuola di periferia.






































































