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L’anno che verrà

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Cattedre e i fondi se ne vanno

Come ogni anno tra agosto e settembre, in vista dell’apertura delle scuole, si parla del nostro mondo.

Si riaccendono i riflettori, i talk show rispolverano gli esperti e i giornali riempiono le prime pagine con la solita scaletta dei classici intramontabili: i libri di testo sempre più costosi, con salassi che per le superiori sfiorano cifre record, le migliaia di cattedre da coprire all’ultimo minuto, i misteri dei precari storici e il rito propiziatorio delle immissioni in ruolo.

​Quest’anno, poi, si aspettava il caldo nelle aule e i condizionatori hanno tenuto banco. Tra petizioni di docenti disperati che chiedevano di posticipare l’inizio delle lezioni a ottobre e il Ministero che ha provato a tamponare l’emergenza climatica con uno stanziamento last-minute di 20 milioni di euro, il dibattito si è letteralmente infuocato. Peccato che, conti alla mano, con oltre 9 scuole su 10 totalmente prive di impianti di refrigerazione, quei fondi si siano tradotti nella sbalorditiva cifra di circa 57 euro a classe. Giusto il prezzo di un ventilatore di plastica da tavolo per rinfrescare trenta studenti stipati.

​Poi, della scuola, come sempre ci si dimentica. Finita la fiammata di inizio autunno e archiviate le code delle prime settimane, cala il solito sipario di indifferenza. Infatti, nella Finanziaria ci sono poche risorse. Il Documento Programmatico di Bilancio definisce lo scheletro di una Manovra da 23,5 miliardi di euro in cui il comparto istruzione deve accontentarsi delle briciole. Mentre la fetta più grande degli investimenti viene blindata per altre voci e si prevedono pesanti spending review e tagli lineari ai bilanci dei Ministeri, l’unica vera fiche puntata sul tavolo dell’istruzione riguarda l’edilizia scolastica e universitaria. Sfruttando i margini di flessibilità concordati con Bruxelles, gli istituti e gli atenei sono stati inseriti tra le infrastrutture pubbliche prioritarie da sottoporre a interventi di efficientamento energetico e riqualificazione strutturale. Un’ottima notizia per lo svecchiamento dei nostri muri scolastici, ma che lascia del tutto al freddo chi quei muri li abita ogni giorno. I sindacati sono infatti sul piede di guerra per l’assenza totale di risorse aggiuntive e permanenti destinate al personale: non c’è traccia di stanziamenti strutturali per colmare il divario economico che penalizza i docenti e il personale ATA rispetto al resto d’Europa, né per finanziare stabilmente le immissioni in ruolo dei precari storici.

La scuola italiana resta così: sospesa tra grandi promesse estive e congelata dal freddo dei bilanci autunnali. Perché, parafrasando Lucio Dalla, si sta preparando l’anno che verrà, ma l’impressione è che i fondi se ne vadano e la novità sia la solita vecchia storia di sempre.

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