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LO SPOPOLAMENTO E L’ARTICOLO 34 DELLA COSTITUZIONE ITALIANA

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La cattedra alla fine del mondo. La lezione di Lunana che i nostri politici dovrebbero studiare.              

​Quando sei costretto su un letto a riposo è dura… ma è proprio lì che puoi scoprire cose bellissime. Bloccati dal corpo, gli occhi e la mente cercano una via d’uscita, e a volte la trovano in un film capace di spalancare finestre su mondi lontanissimi, eppure incredibilmente vicini al nostro cuore. È quello che succede guardando: “Lunana – Il villaggio alla fine del mondo – “un piccolo capolavoro cinematografico del 2019 candidato agli Oscar che si rivela una potente parabola sul senso profondo della comunità e del dovere.

​La storia ci porta in Bhutan, lungo un cammino di sei giorni a piedi per raggiungere la scuola più remota del pianeta. Lì, tra ghiacciai e vette impervie, vive una comunità che non ha elettricità, non ha comfort, ma possiede una ricchezza immateriale immensa; la bramosia di imparare.

​Questo film non è solo una gioia per gli occhi; è un’opera che dovrebbe essere proiettata in ogni aula, mostrata a ogni studente e discussa in ogni collegio dei docenti. Ma il pubblico che più di tutti avrebbe bisogno di questa visione è un altro. I nostri politici.

​Mentre assistiamo a costanti dibattiti sui tagli alla spesa pubblica, sul dimensionamento scolastico e sull’abbandono delle aree interne, Lunana ci ricorda una verità fondamentale che la politica sembra aver smarrito nei meandri della burocrazia; uno Stato degno di questo nome non lascia indietro nessuno.

​Nel film, i bambini dicono al loro nuovo maestro che lo considerano importante perché un insegnante «tocca il futuro». Questa frase risuona come un richiamo diretto alla nostra Costituzione repubblicana, che all’Articolo 34 sancisce in modo chiaro e solenne; “La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita”.

​Garantire il diritto all’istruzione non significa solo tenere aperti i grandi licei delle metropoli, ma anche sostenere la piccola scuola di montagna, l’istituto della periferia degradata, la classe del borgo che rischia lo spopolamento. La Costituzione ci chiede di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana, e la scuola è il primo, insostituibile strumento per farlo.

​Lunana ci insegna che dove c’è una lavagna (o persino un muro di carbone) e qualcuno pronto a imparare, lì c’è lo Stato. Sarebbe bello se chi siede sui banchi del Parlamento si fermasse un attimo, accendesse lo schermo e si lasciasse contagiare dalla purezza di questo villaggio, per ricordare che investire sulla scuola non è un costo, ma l’unico modo per garantire un futuro alla nostra Repubblica.

​Il paragone con la nostra quotidianità, purtroppo, rende questa lezione ancora più urgente. In Italia non servono sei giorni di cammino tra i ghiacciai del Bhutan per vedere depotenziato e penalizzato il diritto allo studio; basta spostarsi nei nostri piccoli comuni, nelle aree montane o nelle frazioni isolate. Mentre a Lunana la comunità si mobilita a piedi pur di permettere ai bambini di studiare, da noi molti Enti Locali si trovano con le casse così vuote da non potersi permettere nemmeno il servizio di scuolabus. Comuni soffocati dai tagli di bilancio non riescono a coprire i costi di manutenzione, carburante e personale per un singolo pulmino, costringendo i genitori a salti mortali logistici o, peggio, condannando i piccoli centri a un progressivo spopolamento. Vedere plessi chiusi per mancanza di trasporti o famiglie lasciate sole di fronte a pochi chilometri di strada asfaltata è il simbolo plastico di una resa delle istituzioni; se uno Stato non riesce a garantire nemmeno quattro ruote per portare un bambino in classe, sta tacitamente abdicando al proprio compito costituzionale.

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